L’attraversare i
confini è un’esperienza strana. Soprattutto nei tempi di oggi, quando non
guardano insidiosamente te, la foto nel suo documento e poi di nuovo te, come
se sospettassero che la tua faccia fosse il risultato di diverse operazioni
fatte all’estero, che veramente tu non fossi tu, ma un contrabbandiere di armi
o un trafficante di persone, e non fa niente che hai solo 10 anni, sei seduto
sul sedile posteriore, mangi un lecca lecca e guardi il vigile con uno sguardo
sonnolento, mettendo apposto il cuscino che stringi in mano. Ora nemmeno ti
guardano bene (anche se forse dovrebbero, visto che sei invecchiato di più di
una decina d’anni), importante che i dati nei documenti corrispondano, però, in
caso, ti fanno togliere fuori il computer, tutti i cavi, il libro e gli
assorbenti. E fanno bene, penso. Meglio
essere prudenti.
L’attraversare i
confini è un’esperienza strana, visto che mi fa rendere conto che, in fin dei
conti, tutte quelle persone non si differenziano dalle altre. Più viaggi, più
ti rendi conto che i confini sono solo un’illusione di estraneità, la quale,
insieme al suo sembrare spregiativo, invece di avvicinare allontana e ci fa
capire, sbagliatamente, che il mondo è un insieme di puzzle delle diferenze. In realtà l’elemento principale di questo
puzzle che nello stesso tempo lo caratterizza è la varietà, e i propri
abitanti, ovvero noi, siamo, nella propria diversità, tutti uguali e pari.
L’attraversare i
confini è un’esperienza strana, soprattutto nei tempi di oggi, quando i confini
sono quasi invisibili e di cui esistenza, ci ricorda per esempio la
technologia.
Siamo circa 134
chilometri da Bologna, la gente sempre parla in italiano, l’euro è sempre la valuta
vigente, solo i cellulari continuano a ricordarci del roaming. Allora cosa c’è?
Un errore di linea? No. Benvenuti a San Marino!

